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L'ORIGINE DELLA VITA PDF Print E-mail

 

Abbiamo guardato ai primi problemi, insuperabili per gli evoluzionisti, e cioè l'origine della materia e dell'universo ordinato. Abbiamo anche accennato al fatto che la legge dell'entropia renderebbe impossibile qualsiasi grande progressione in complessità, e che nel caso della formazione della prima vita essa legge si applicherebbe per forza. Adesso, tuffiamoci davvero in questo problema dell'evoluzione della prima vita; problema forse più difficile di tutti per l'evoluzionista, malgrado che il più delle volte egli cerchi di coprire questo fatto scrivendo che dovunque le condizioni sono favorevoli, la vita si inizia da sola.

Essendo l'evoluzione la teoria dello sviluppo di forme di vita più semplici verso forme più complesse, si nota che, arrivando alla forma più semplice, la vita avrebbe avuto origine da ciò che non ha vita, perché questo è più semplice ancora. Alla stessa maniera degli altri problemi sollevati dall'evoluzione, si può accettare questa affermazione come una possibilità soltanto fino a che non ci si chiede: « Come? » Come da una cosa inerte si sia potuto generare un essere vivente.

Quando si pone questa domanda l'unica risposta è quella della generazione spontanea, teoria molto in voga prima delle scoperte di Luigi Pasteur. Secondo la teoria della generazione spontanea, la carne degli esseri morti darebbe vita ai vermi; l'acqua stagnante genererebbe gli insetti e così via. Prima non c'erano ed ora ci sono: prova apparente che si sono sviluppati dal nulla. Luigi Pasteur, invece, scoprì forme microscopiche di vita e trovò che la sterilizzazione ne arrestava il processo di proliferazione. Da quel momento l'inesistenza della generazione spontanea venne considerata come uno dei fatti scientifici meglio documentati.

L'evoluzionista, tuttavia, è costretto a contraddire questa realtà inoppugnabile continuando ad affermare che la prima vita si sviluppò spontaneamente nell'oceano, ma poiche ciò non accade oggi, deve accettare per fede che sia avvenuto nel passato. Credere nella generazione spontanea fu facile per Darwin, perché, avendo pubblicato la sua teoria prima della scoperta di Pasteur, non potè conoscere prove contrastanti.

L'idea che fosse facile crederci mi colpì un giorno, quando il mio bambino, tutto eccitato, mi mostrò le « semplici » cellule, guizzanti in una goccia di acqua stagnante, che vedeva attraverso il microscopio. Mentre guardavo mi resi conto che anche ai tempi di Darwin quelle cellule dovevano essere apparse semplici, come apparivano a me attraverso quel microscopio giocattolo. Per ironia del caso, poco tempo prima, avevo letto in un giornale, che l'uomo era finalmente riuscito ad operare la sintesi del più semplice enzima, ma che ne restavano ancora migliaia di più complicati, per poterne ottenere quanti ne produce una cellula ordinaria. Gli enzimi vengono usati dalla cellula come catalizzatori nelle numerose reazioni chimiche, necessarie alla sua vita.

Le proteine che compongono le cellule sono sostanze complicate, formate da varie combinazioni di varie molecole di acidi aminici. Per produrre le proteine dagli aminoacidi,, si dovrebbe provocare una serie di reazioni complicate nello ordine giusto, usando gli enzimi adatti al momento opportuno. Questo procedimento così complicato mostra la impossibilità di una formazione in modo spontaneo. Perciò-quando sentiamo che la scienza è riuscita a produrre acidi aminici o, perfino, proteine complete, ciò non dimostra affatto che è stata prodotta la vita, e tanto meno che sia accaduto per caso nella natura. Infatti, sarebbe come dire, dopo aver scoperto le leggi chimiche per sintetizzare l'alluminio in laboratorio, che ciò dimostra che gli aeroplani (perché fatti di alluminio) sarebbero stati prodotti spontaneamente dalla natura e non da una fabbrica!

Non basta un semplice miscuglio di alcune proteine per produrre la vita: occorrono molte proteine specifiche con interazioni complicate fra di loro. Ci sono, ad esempio, molte proteine al macello o nei cimiteri, ma esse non producono la vita.

Gli aminoacidi dai quali sono composte le proteine sono di due tipi: alcuni posseggono certi atomi, attaccati alla destra; altri li hanno alla sinistra. Chimicamente sono gli stessi e quantunque sono prodotti in laboratorio, vengono metà di un tipo e metà dell'altro, come le nostre mani: metà destre e metà sinistre. Dunque, prodotti in laboratorio, in condizioni che potrebbero esistere anche in natura, sono metà di un tipo e metà dell'altro. Nella vita, però, tutte le proteine sono del tipo di sinistra. Tutte! E nessuno può spiegarlo. Sembra che Dio le abbia fatte così.

La legge delle probabilità enunciata da Borei asserisce che quello che capita per puro caso, non capita se la probabilità è estremamente scarsa. Egli dice: « Possiamo calcolare che 10 50 è il livello di probabilità minimale. Quando la probabilità è inferiore, l'opposto può essere anticipato con certezza, nonostante il numero di occasioni che si presentano nell'intero universo ».

È stato stimato che il numero totale di molecole di proteine mai esistite sulla terra non avrebbe superato il 10 52. Se la loro grandezza media fosse uguale a quello della proteina media nell'essere vivente più semplice, esisterebbe soltanto una possibilità su 10 71 che una sola molecola di proteine, avente tutti gli aminoacidi del tipo a sinistra, si sarebbe formata per caso. Ammettendo che la più semplice sostanza capace di vivere richiederebbe soltanto 239 proteine (che è probabilmente troppo poco) la probabilità di trovare questo numero di proteine con aminoacidi del tipo a sinistra tutti nello stesso posto allo stesso tempo è una su 10 293345.

Per aiutarci a capire la grandezza dei numeri di cui abbiamo parlato, Coppedge ci da l'illustrazione di un'ameba che si muove così lentamente da spostarsi soltanto di 2,5 cn.. all'anno. A questa velocità, le ci vorrebbero 10 28 anni per attraversare l'universo. Perché essa non perda il suo tempo, noi le diamo un lavoro da fare: deve portare con sé un atomo, e poi tornare per prenderne un altro. A questa velocità, potrebbe portare tutti gli atomi nell'universo, attraverso l'intera sua lunghezza, in 10 107 anni. Wald ci scrive in un modo tipico degli evoluzionisti di come la vita iniziò. Egli dice: « Malgrado quanto possa sembrare impossibile l'origine della vita, o qualsiasi passo necessario per essa, dato sufficiente tempo, quasi certamente capiterà...

« Il tempo è infatti l'eroe della storia. Il tempo a disposizione è due miliardi (2 x 10 9) di anni. Quello che a noi sembra impossibile non significa più niente. Data una tale quantità di tempo, l'impossibile diventa possibile, il possibile probabile, e il probabile quasi certo. Dobbiamo soltanto aspettale. Il tempo stesso fa miracoli »8.

Il breve accenno che abbiamo appena fatto della probabilità statistica di uno solo dei molti passi necessari all'origine della vita dimostra chiaramente quanto è ingenua questa posizione.

Se fosse poi capitato l'impossibile e le proteine neces-sarie per produrre la vita si fossero formate spontaneamente, allo stesso modo non avrebbero dato alcun risultato. Torniamo al nostro ipotetico aereo e immaginiamo che tutti i pezzi si siano formati e poi ammucchiati spontaneamente. Avremmo per questo un aereo? No, di certo? Qualcuno potrebbe obiettare: « Ma se li buttassimo tutti in un grande recipiente e li rigirassimo per un certo tempo, potrebbe capitare qualche cosa! ». Anche qui la ragione ci dice che, così facendo, si finirebbe soltanto col consumare i pezzi. Occorre invece un'intelligenza che li sappia mettere ognuno al proprio posto!

Per l'apparecchio, comunque, il problema sarebbe fantasticamente semplificato, perché è tanto facile da costruirsi che persino la tecnica di 50 anni fa ci è riuscita. La cellula invece è talmente complicata, che, anche se costruissimo il più grande laboratorio del mondo e lo facessimo dirigere dai migliori scienziati, non saremmo ancora capaci di fare quello che l'evoluzione richiede dalla cellula.

Adesso che abbiamo posto le fondamenta, possiamo considerare i problemi più seri circa l'evoluzione della vita. Se il primo aereoplano si fosse formato per caso e fosse stato in grado di funzionare, sarebbe durato soltanto per un certo periodo, poi si sarebbe consumato ed eventualmente decomposto. Per la cellula, generatasi spontaneamente, si sarebbe posto lo stesso problema, e di nuovo il mondo si sarebbe trovato senza vita. Quello formatosi per caso allora, non sarebbe dovuto essere un semplice aereoplano, ma un apparecchio che contenesse dentro di sé una piccola fabbrica capace di costruirne altri identici!

Anche se questo fosse accaduto, le difficoltà dell'evoluzionista non sarebbero ancora superate. La cellula capace di riprodursi, indubbiamente si consumerebbe e morirebbe insieme alle cellule da essa prodotte.

La prima cellula allora non dovrebbe essere stata capace di produrre soltanto nuove cellule per permettere la continuazione della vita, ma avrebbe dovuto anche saper passare alle sue progenie le istruzioni necessarie per poter continuare il processo di riproduzione.

Quando Dio creò la cellula, risolse questo problema con l'ADN, che ne dirige l'organizzazione, ordina le opportune reazioni e passa una copia di queste istruzioni alla generazione successiva di cellule. Perciò pensare che l'ADN sia stato creato senza un'intelligenza da concepirlo, richiede una mente già talmente condizionata dalle idee evoluzioni-stiche, che riesce a chiudere gli occhi di fronte alla realtà.

Tuttavia se ciò non fosse vero e la vita capace di ripro-dursi si fosse veramente prodotta per caso, i problemi dell'evoluzione sarebbero ancora insoluti. Gli evoluzionisti dicono che la prima cellula vivente si sarebbe sviluppata in un'atmosfera priva di ossigeno.

Ciò è necessario poiché se l'atmosfera primitiva conteneva ossigeno, gli elementi chimici organici che avrebbero dovuto unirsi per formare la vita, si sarebbero ossidati e non si sarebbe potuta produrre nessuna forma di vita. Tuttavia anche senza la presenza dell'ossigeno, la maggior parte della materia necessaria per formare la vita è troppo instabile per poter resistere per i lunghi periodi di tempo necessari perché si verificasse l'evoluzione molecolare.

Le prove tuttavia che l'atmosfera primitiva della terra conteneva realmente ossigeno sono abbondanti. Nella sua eccellente trattazione sull'origine della vita, Duane Gish da un certo numero di queste prove. Fra esse egli discute le ricerche compiute da un altro scienziato in questo campo, dicendo:

« Dopo aver fatto allusione al fatto che la maggior parte dei grandi depositi di ferro si sono formati nel tardo precambriano o erano ampiamente erosi a quel tempo, egli afferma che il minerale ferroso della catena del Vermillon, nel Minnesota, è molto più antico (Keewatin) e così la trasformazione per ossidazione del minerale ferroso in ossido ferrico si è verificata in epoca molto remota della storia della terra. Più avanti, nella stessa pubblicazione afferma che la presenza di ferro fortemente ossidato giustifica la presunzione di esistenza di un'atmosfera ossidante » 9.

Egli fa anche notare che i gas dei vulcani sono ricchi ai ossigeno. Ora si ritiene che gran parte dell'atmosfera primitiva era costituita da questi gas. Pare perciò che nella atmosfera primitiva, ci fosse ossigeno. Se non ci fosse stato, ciò non aiuterebbe l'evoluzione perché la sua assenza potrebbe recare all'evoluzione un sostegno equivalente soltanto a quello che potrebbe toglierle. Infatti la vita sulla terra non poteva sussistere se non vi fosse stato uno strato protettore di ozono (una forma di ossigeno) nella stratosfera che ci protegge dai raggi ultravioletti, i quali altrimenti cadrebbero su di noi in quantità letale.

Con l'ossigeno, dunque, le molecole in via di formazione si sarebbero ossidate; senza ossigeno, sarebbero state tutte uccise dai raggi ultravioletti.

Non c'è via di scampo!

Arrivando adesso a considerare gli esperimenti sull'origine della vita, Gish fa la seguente constatazione importante:

« Una considerazione importantissima, spesso trascurata o vo-lutamente ignorata a proposito dell'origine della vita è la pronta distruzione dei composti organici ad opera delle stesse fonti di energia usate per formarli. Infatti, una delle caratteristiche di tutti gli esperimenti sull'origine della vita è l'immediato allontanamento dalla fonte di energia dei prodotti della reazione appena for-matisi, per evitare la distrazione. Per esempio, l'apparecchio usato da Miller nei suoi esperimenti classici per la formazione di alcuni aminoacidi e di altri semplici composti organici ottenuti mediante una scarica elettrica in una miscela di metano, ammoniaca, idrogeno e acqua, comprende un sistema per isolare immediatamente dopo la loro formazione, i prodotti ottenuti mediante la reazione. L'esame degli apparecchi usati da altri ricercatori per i loro esperimenti sull'origine della vita, mostra che tale sistema d'isolamento costituisce una caratteristica comune. La tendenza degli studiosi di chimica organica di allontanare immediatamente i prodotti delle reazioni dalle fonti di energia impiegate per la loro sintesi, prima che si verifichi un importante deterioramento di questi prodotti è comprensibile. Tuttavia sulla terra primitiva, non c'era presente nessun chimico che avrebbe potuto farlo, perciò una volta formati, i prodotti ottenuti sarebbero stati soggetti alle forze distrattrici delle scariche elettriche, del calore o dei raggi ultravioletti che ne avevano provocato la sintesi » 10.


Un'altra ragione importante che giustifica l'uso del sistema per isolare i prodotti della reazione è quella di concentrare gli aminoacidi, ecc. così ottenuti, in quanto la loro quantità è minima. Se la vita fosse cominciata nel mare, la presenza di una tal quantità d'acqua mescolata con le piccole quantità di materie organiche complesse utilizzabili per formare la vita, avrebbe dato acqua che per usi pratici sarebbe stata come semplice acqua marina. Le complesse molecole organiche non potrebbero raggiungere mai una concentrazione sufficiente perché si scompongono molto più facilmente di quanto si formino. Anche ammettendo che non si scomponessero, ma che continuassero a costituirsi e ad accumularsi più o meno eternamente, un'adeguata concentrazione dei composti organici necessari sarebbe lo stesso impossibile. La ragione è che la maggior parte delle teorie sull'origine della vita presuppongono la presenza di una concentrazione abbastanza alta nell'acqua di ammoniaca e di altri composti contenenti azoto derivato dall'atmosfera. Anche se si dissolvesse nel mare tutto l'azoto disponibile nel mondo e ne risultassero composti formatisi a casaccio, la concentrazione di ogni composto di azoto utilizzabile ai fini dell'evoluzione si ridurrebbe ad una debole traccia 11.

Supponendo tuttavia che sia avvenuto un miracolo, permettendo così la realizzazione del desiderio emesso dall'evoluzionista, di modo che fosse disponibile una quantità sufficiente di ciascun elemento e che le sostanze si formavano e non si scomponevano ma gradualmente si arrivasse a fare degli oceani quel « brodo organico » di cui parlano gli evoluzionisti, vi sarebbe stata una concentrazione dei particolari materiali necessari alla vita? Diamo uno sguardo alle possibilità statistiche di mettere nell'ordine giusto le molte combinazioni dei pochi aminoacidi necessari per ottenere una particolare proteina:

L'ordine degli aminoacidi in una proteina contenente solo dodici specie diverse di aminoacidi, d'un peso molecolare 34.000 (all'in-circa trecentoquaranta aminoacidi, quindi una proteina relativamente semplice) potrebbe esser disposta in 10300 maniere diverse! In altre parole, agli inizi della terra avrebbero potuto sorgere 10300 molecole proteiniche composte dei dodici stessi aminoacidi e del peso molecolare 34.000. Se avessimo soltanto una di ciascuna di queste molecole, il peso totale sarebbe di gr. 10280, ma il peso della terra è di soli gr. 1027! Se l'intero universo traboccasse di proteine, non si riuscirebbe a trovare neppure una di ciascuna di queste molecole! 12 .


Perciò possiamo dire con certezza che il caso non avrebbe mai prodotto una concentrazione delle specifiche proteine necessarie per la vita.

Se in questa situazione impossibile, per un caso la giusta combinazione di composti organici vaganti nel mare venivano a incontrarsi per un momento, occorreva qualcosa per tenerli legati, altrimenti il mare che li aveva uniti li avrebbe separati di nuovo. Perciò ad un certo punto occorreva che si formasse qualcosa capace di rimanere insieme.

Sfortunatamente i complessi coacervi e le altre cose considerate come aventi qualità simili a quelle delle cellule e che forse avrebbero potuto evolversi trasformandosi in cellule, sono privi di una reale membrana, ed in tal modo si decompongono facilmente. Invece di evolversi nel corso degli anni, essi si dissolverebbero ed il loro contenuto si perderebbe di nuovo nel mare.

Discutendo a proposito dell'interessante strato esterno della cellula, J. D. Ratcliff lascia parlare la stessa cellula:

« Fantastico come la mia struttura interna è il mio muro esterno. La mia membrana ha uno spessore di mm. 0, 0000001 appena. Fino ad epoca molto recente, gli scienziati consideravano questo ricoprimento sottile come poco più di una specie di stretto sacco di cello-fané. Grazie al microscopio elettronico, ora si rendono conto che è una delle mie componenti più importanti. Agendo da portinaio, la membrana cellulare decide che cosa va lasciato entrare e che cosa respinto. Essa controlla l'ambiente interno della cellula mantenendo in perfetto equilibrio sali, materie organiche, acqua ed altre sostanze. La vita dipende assolutamente da ciò.

Quali sono le materie prime necessarie per produrre le proteine della cellula? La membrana lascia entrare quelle giuste, respingendo le altre. È chiaro che possiede un sistema di riconoscimento perfezionato » 13 .


Un altro problema è che le molecole, necessarie alla vita, sono per la maggior parte molto complicate e, si po-irebbe dire in maniera generica, più sono complicate, maggiore è la tendenza a scomporsi in sostanze più semplici. Wald ne discute in questi termini:

Nella vasta maggioranza dei casi che c'interessano, il punto d'equilibrio si trova verso quello della dissoluzione. In altri termini, la dissoluzione spontanea si verifica con molta maggiore facilità e quindi molto più rapidamente della sintesi spontanea. Per esempio, l'unione spontanea, graduale, delle unità di aminoacidi per formare una proteina, ha poche probabilità di verificarsi e potrebbe prodursi solo in un ampio spazio di tempo, mentre la dissoluzione di una proteina, negli aminoacidi che la compongono avviene con molta maggiore facilità e perciò con rapidità molto maggiore. Ci troviamo dinanzi ad una situazione analoga a quella della paziente Penelope che aspettava Ulisse; ma ancora peggiore. Ogni notte ella disfaceva quel che aveva tessuto di giorno, ma nel nostro caso in una notte si può facilmente disfare l'opera di un anno o di un secolo.


Wald continua dicendo: « Credo che si tratti del problema più arduo per noi, attualmente il più debole del nostro ragionamento » 14 .

Le proteine di esseri viventi non si formano da sé. Abbiamo già detto che la scienza moderna è in grado di operare la sintesi solo di alcune delle più semplici. Ciò indica chiaramente la fallacità del ragionamento di quelli che ritengono che nella natura potrebbe esservi qualche modello che porta inevitabilmente alla loro formazione. Invece, queste sostanze sono prodotte da enzimi precisi che agiscono da catalizzatori in ciascuna reazione necessaria.

Queste reazioni non si producono a casaccio, ma ciascuna va iniziata nella giusta successione e fermata dopo che si è ottenuta la giusta dose della proteina, ecc., che si sta producendo. Se la reazione continuasse in maniera incontrollata, essa consumerebbe tutte le materie disponibili allo stesso modo in cui l'incendio di una foresta potrebbe distruggere non solo gli alberi destinati a fornire legna da ardere, ma anche quelli destinati a fornire altro tipo di legname.

Anche una produzione misurata di una proteina complessa non sarebbe di nessuna utilità se si verificasse in una cellula che non ne prevede l'utilizzazione o, se avvenisse nell'ordine o al momento sbagliato in una cellula che potrebbe utilizzarla.

Le specifiche sostanze necessarie alla vita di una cellula si potrebbero paragonare alle parti di una macchina. Ciascuna di esse è necessaria se la macchina funziona come si deve, ma qualsiasi di esse rovinerebbe il funzionamento se gettata lì a casaccio. Qualunque adeguata spiegazione di come l'evoluzione elaborerebbe un valido programma per ordinare e controllare le necessarie reazioni chimiche manca del tutto.

La forza che ordina e controlla gli esseri viventi si chiama ADN, ed essa non si produce spontaneamente. Si riproduce da una ADN già esistente e riceve così tutte le istruzioni codificate per la costruzione della cellula con tutte le sue complesse reazioni. Perciò la formazione casuale di questa piccola parte soltanto della prima cellula sarebbe impossibile. Sarebbe più probabile che il nastro di un cervello elettronico contenente il programma di istruzioni completo per la costruzione e il funzionamento del più complicato stabilimento automatizzato di oggi si formasse da solo nell'oceano, piuttosto che si formasse così una molecola di ADN. Il programma che l'ADN ha è più complicato.

Io perciò prevedo che man mano che si conoscerà meglio l'impossibilità dell'evoluzione della prima vita sulla terra, gli evoluzionisti si allontaneranno sempre più da questa impossibile soluzione e guarderanno allo spazio. Il famoso astronomo Sir Fred Hoyle e un professore di matematiche applicate di Cardiff, Chandra Wickramasinghe, hanno già proposto la teoria che la vita giunse sulla terra su una cometa 15 . Ciò, in verità, avrebbe richiesto una strana forma di vita che sopravvivesse alle radiazioni letali, al freddo intensissimo, alla mancanza di atmosfera dello spazio per periodi di tempo estremamente lunghi ed evitasse l'incenerimento causato dal riscaldamento all'entrare nell'atmosfera terrestre e lo schiacciarsi nell'impatto con la terra. Dovunque poi si fosse sviluppata, la nuova vita avrebbe avuto ancora da superare gli stessi ostacoli della generazione spontanea della vita che avrebbe incontrato qui sulla terra. Queste difficoltà messe insieme precluderanno senza dubbio la generale accettazione della teoria di Sir Fred Hoyle. L'articolo comunque implica che un autorevole scienziato evoluzionista si rende conto dell'impossibilità che la vita qui sulla terra si sia sviluppata da molecole senza vita.

Dunque ciò che io prevedo è che fra gli evoluzionisti diventerà sempre più comune l'idea che la prima vita sia giunta dallo spazio con un UFO. Sebbene questo non aiuti minimamente a superare gli ostacoli inerenti l'evoluzione della prima vita qua sulla terra, almeno non aumenta le difficoltà quanto la teoria di Hoyle. Ciò che fa è di spedire tutto nel regno del mistero e dell'impiegabile. Sarebbe alquanto ingiusto per noi domandare come si sviluppò la prima vita se è stato definito che essa è giunta con qualche mezzo sconosciuto da chissà dove.

 


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