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Perché l'incredulo non accetta la morte? PDF Print E-mail

L'unico modo in cui un uomo può veramente accettare la morte è quello di accettare la giustizia che essa rappresenta, vederla come una conseguenza della maledizione divina sul nostro peccato

E' segno di un uomo non rigenerato vedere la morte come un problema. Per lui la morte rappresenza l'insensatezza della vita. Per i cristiani la morte significa che Dio siede sovrano sul Suo trono.

Quando Dio creò Adamo ed Eva, essi erano privi di peccato. Non si erano ancora incamminati sulla strada della ribellione, una strada non di ubbidienza e di benedizioni, ma di morte. Eppure è quella che scelgono.

L'uomo non solo ambiva ad essere "come Dio" nella sua ribellione, ma immaginava che avrebbe potuto vivere per sempre in questo suo peccato. Così, con un atto di misericordia, Dio caccia via l'uomo dal Giardino e gli impedisce di accedere all'Albero della Vita. Gli viene quindi impedita non solo la vita temporale nell'Eden, ma anche una vita eterna nel peccato.

L'uomo oggi si compiace di vivere nel peccato e nella ribellione, ciononostante pretende di essere benedetto. Quando l'uomo si lamenta per le tragedie che deve subire, le afflizioni e la morte, spesso si chiede: "Perchè mi accade questo?", "Perché dobbiamo soffrire?", "Perché non possiamo più avere una buona vita?", l'uomo ancora tende a desiderare il paradiso, di voler godere una qualche versione dell'Eden o dell'Utopia.

La morte, prima di Genesi 3:5 era solo una questione accademica, ma diventa una realtà quando il peccato raccoglie il suo frutto. Il giudizio di Dio avrebbe reso la morte per l'uomo una realtà, l'avrebbe fatto diventare parte della sua consapevolezza.

L'unico modo in cui un uomo può veramente accettare la morte è quello di accettare la giustizia che essa rappresenta, vederla come una conseguenza della maledizione divina sul nostro peccato. Sognare di vincere la morte significa rifiutare di riconoscere la causa morale ed il significato della morte. E' un desiderio di tornare in Paradiso e nutrirsi del frutto dell'Albero della Vita sfidando Dio.

Non è sbagliato temere la morte come processo. Dopo tutto è un giudizio al quale siamo passibili, non una sfida. Dio non ci chiede di goderci il giudizio, ma di soffrirlo. La morte ci rammenta della realtà del peccato, che siamo responsabili verso Dio.

Per un non credente non c'è nulla di più spaventoso che la morte. E' una contraddizione per coloro che ancora pretendono d'essere autonomi da Dio. Il peccatore ancora vorrebbe essere dio di sé stesso, ma sa che dovrà morire. Egli sa, nel profondo del suo cuore, che è un dio ben patetico quello che deve vivere così poco.

La morte è una sgradevolissima imposizione sul tentativo del peccatore di giocare ad essere Dio. Sa che il suo tempo è breve: è così che persino la sua vita ed il tempo stesso diventano i suoi nemici. Coloro che sono in stato di ribellione contro la loro propria mortalità vedono il "padre tempo" mentre porta con sé una falce e la morte con l'aspetto del "triste mietitore".

Per un uomo che tema la morte, il passare del tempo e l'invecchiamento sono un problema, perché sembrano lavorare contro di lui e portarlo sempre più vicino ad una fine che sembra sconfiggere la sua unica speranza - la vita nel peccato. Coloro che temono il passare del tempo spesso lottano contro di esso o lo sprecano, cercando di spremere da esso tutte le esperienze possibili.

Il redento non deve temere la morte perché non la vede come una fine. Liberato dal fardello del peccato e della colpa, egli può vedere la vittoria futura che la Risurrezione dei morti promette. Per il redento, peccato e morte non sono un suo problema, ed egli crede che la questione è stata risolta nell'epiazione operata da Gesù Cristo. Quindi, come dice la Scrittura: "L'ultimo nemico che sarà distrutto, sarà la morte" (1 Co. 15:26). La morte, quimdi, è il preludio della vittoria ultima di Gesù Cristo.

Il peccatore che rifiuta di vedere il peccato come un suo problema, conosce solo l'inevitabilità della morte e l'incessante perdita del suo tempo rimanente. Nel fuggire dalla risoluzione della morte, egli si getta a capofitto nella morte. Lo stile di vita di coloro che vigorosamente respingono Dio, testimonia a questa fuga suicida nella morte.

La paura della morte è auto-distruttiva, perché è paura dell'inevitabile. Per la persona non rigenerata, la certezza della morte significa che la vita stessa è incerta. Accettare la morte significa accettare la nostra responsabilità per il peccato, la giustizia di Dio e che a Lui dovremo rendere conto della nostra vita. Per il cristiano, la morte significa che Dio siede sul Suo trono celeste. La certezza del Suo giudizio rivolge pure la nostra attenzione alla certezza della Sua misericordia.

Paolo scrive che nella Risurrezione la morte stessa sarà inghiottita nella vittoria di cui la Risurrezione di Cristo è stata la primizia: "...ma ora Cristo è stato risuscitato dai morti, primizia di quelli che sono morti. Infatti, poiché per mezzo di un uomo è venuta la morte, così anche per mezzo di un uomo è venuta la risurrezione dei morti. Poiché, come tutti muoiono in Adamo, così anche in Cristo saranno tutti vivificati; ma ciascuno al suo turno: Cristo, la primizia; poi quelli che sono di Cristo, alla sua venuta; poi verrà la fine, quando consegnerà il regno nelle mani di Dio Padre, dopo che avrà ridotto al nulla ogni principato, ogni potestà e ogni potenza" (1 Co. 15:20-24). Proprio perché anche la nostra morte fisica, come l'ultimo nemico, sarà sconfitta, Paolo conclude parlando del lavoro e del tempo come qualcosa che hanno un significato ed un proposito. Egli dichiara come la nostra opera non sarà vana perché operiamo per il Dio che ci dà vittoria per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo (vv. 57-58).

La morte rappresenta una triste e dolorosa dipartita da questa vita. Non è necessario desiderarne o affrettarne la venuta, ma dobbiamo considerarla come una fase della vittoria ultima di Gesù Cristo in noi. Allo stesso modo come Egli ha messo vita spirituale nel nostro cuore, freddo e morto, Egli un giorno infonderà vita fisica al nostro corpo, freddo e morto. Possiamo accettare, così, la morte perché crediamo nella risurrezione dei morti.

Rev. Mark R. Rushdoony is president of Chalcedon and Ross House Books. He is also editor-in-chief of Faith for All of Life and Chalcedon’s other publications.

 

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